La drammatica battaglia della nazione italiana preda del Coronavirus e le preoccupanti conseguenze economiche. Intervista all’economista Nino Galloni

La drammatica battaglia della nazione italiana preda del Coronavirus e le preoccupanti conseguenze economiche.

Intervista all’economista  Nino Galloni (tra le altre attività, gia’ collaboratore dell’eminente economista post-keynesiano Federico Caffè tra il  1981 e il 1987 (anno della sua scomparsa), nella facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma)

 

Professor Galloni, 
in un contesto mondiale che già si preparava alla recessione, secondo lei in quale misura  possiamo quantificare le conseguenze per l’economia italiana e mondiale?

Le mie stime iniziali per l’Italia di riduzione del Pil erano del 3%, mentre ora, non sapendo quando le attività produttive saranno destinate a riprendere e nell’ipotesi che si verifichi uno stop intermedio,si puo’ prevedere una contrazione ben oltre il 6%. Per quanto riguarda il Pil Mondiale le stime che ho visto parlano di una diminuzione di circa il 3% per il 2020. È chiaro che  al suo interno ci sarà un forte rallentamento della Cina, già cominciato già prima dell’emergenza sanitaria di Wuhan. Tutto dipende però dal cambiamento di politica economica. Ci sono alcuni paesi che hanno dichiarato la loro intenzione di cambiare le loro politiche economiche, cito innanzitutto la Cina, ma anche la Russia, l’India, gli Stati Uniti  che vogliono puntare sul maggiore aumento della domanda interna rispetto alla fase attuale che registra il predominio della globalizzazione.

Tutto ciò, però, ha messo in crisi i potentati finanziari. L’aumento degli investimenti interni può determinare un effetto negativo sulla finanza maggiore di quello che accade all’economia reale. Il motivo per cui ci si aspettava la crisi era legato all’andamento finanziario. Negli ultimi miei libri ho escluso che il sistema  saltasse per ragioni finanziarie perchè gli speculatori hanno dalla parte loro un’arma potentissima: le banche possono rifornirsi illimitatamente di mezzi monetari provenienti dalle banche centrali e questo ha rappresentato un grande vantaggio per le banche tedesche e francesi. Prevedevo invece che la crisi sarebbe arrivata dal sociale. Cioè tutte le problematiche relative ai piccoli operatori, alle famiglie, i precari e alla continua erosione dei loro redditi che avrebbe provocato una risposta politica. Non avevo tutti i torti a pensare al sociale, ma la parte sociale che ha innescato questa crisi riguarda la problematica sanitaria.  In questo momento di disorientamento ora noi dobbiamo studiare i paradigmi. La grande sfida a livello europeo è come la creazione di moneta possa servire asostenere investimenti pubblici senza provocare ulteriore indebitamento.

Adesso Usa e Ue hanno attuato provvedimenti per cercare di rivitalizzare i mercati. Perché, almeno in un primo momento i mercati non hanno reagito positivamente?

Il problema è che la soluzione è a portata di mano: per risollevarci occorrerebbe favorire  tutto ciò che riguarda il bene comune, il miglioramento del benessere generale facendo leva sulla possibilità di immettere denaro non a debito in modo sufficiente alle esigenze della società. Ma fare ciò significa togliere il potere ai grandi centri economico finanziari, detentori del potere di immettere moneta illimitatamente nel sistema. 

 

Il Presidente Conte ha proposto il ricorso al Mes, strumento criticato da più parti. Lei cosa pensa a riguardo?

Il MES nasce dalla constatazione – poi rivelatasi inesatta – che la BCE non possa intervenire sul mercato dei titoli. Poi questa ipotesi venne smentita dal quantitative easing di Mario Draghi che intervenne sul mercato secondario,evitando che gli spread aumentassero oltre il livello di guardia. Il quantitative easing comincia a rendere inutile il Mes. Poi viene approvato, ciò nonostante, e deve essere riformato anche per consentire l’allargamento al caso di instabilità bancaria. Già si rivela insufficiente dal punto di vista quantitativo, perché, se una grossa banca o un grosso Stato entra in difficoltà, non c’è Mes che tenga. Il Mes poi dovrebbe servire a moderare l’altra ipotesi di intervento diretto della BCE sul mercato: quello escluso, teoricamente ma non in pratica, dell’acquisto di titoli statali da parte della BCE direttamente sul primario, quando per un motivo qualsiasi (nel caso dell’Italia abbassamento arbitrario del rating) avvenisse che i normali compratori dei titoli sul primario, cioè le banche, non potessero più tenerli nei loro bilanci. A quel punto è chiaro che scatterebbero le outright monetary transactions, transazioni monetarie fuorilegge. Cioè la Bce non può comprare direttamente i titoli monetari dagli Stati, se accade, gli Stati vengono commissariati (controllati, gestiti da BCE e FMI). Tutto ciò rende il Mes inutile e pericoloso, salvo casi particolari non rilevanti soprattutto in un momento come questo. Il mes sarebbe una specie di via di mezzo tra le conseguenze dell’outright monetary transations, dovute a un eccessivo abbassamento del rating Italia e una situazione di collaborazione come aveva offerto Draghi quando comprava i titoli sul mercato secondario.

Facendo ricorso al MES,  ci sarebbe il rischio di un’imposta patrimoniale? 

Sarebbe il minimo.

Che ne pensa dei coronabond?

Per me la partita riguarda  questa questione fondamentale. È evidente che le banche centrali creano moneta, Il problema è superare la creazione di moneta a debito. Immettere direttamente moneta in base alle esigenze della società. Se continuiamo a percorrere la strada dell’aumento dell’indebitamento, come sono gli eurobond etc, siamo ancora su quella strada che ci ha portato al burrone. Stiamo franando.

Professore,  cosa pensa dell’ultimo intervento di Mario Draghi?

Geniale. Come al solito: aumentare senza limiti l’indebitamento degli Stati riducendo la pressione fiscale, per sostenere imprese e famiglie, per poi cancellare i debiti così determinatisi. In altri termini, Draghi avrebbe trovato la soluzione per la grande finanza: mantenere il paradigma della moneta a debito (che ci rende schiavi e che – dimostrato nei miei ultimi libri – non è più sostenibile) evitando che tutto vada a rotoli per l’emergenza. E dopo? Vedremo!

 

Cinzia Testa

 

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