IL POTERE, ARATRO DELL’ANIMA

Quando negli anni ’60 una generazione si rivolto´ contro l’idea stessa del potere, identificandola col dispotismo dei potentati economici e industriali, padroni del mercato, la reazione fu in parte di sufficienza da parte dei politici, in parte codina da parte dei movimenti sindacali, ma l’onda di protesta travolse il comune sentire, e l’idea che “potere” fosse uguale a “dispotismo” divenne un assioma incrollabile ancora oggi.
Quale fu allora la ricetta della politica codina? Accoppiare all’idea di dispotismo l’immagine della dittatura fascista e buttarla in ideologia, spostando l’attenzione della protesta, contro lo sfruttamento materiale, verso una componente ideologica, teoricamente di destra, praticamente inesistente, ridandole identità (falsa) ed una ragione per battersi contro una tesi inesatta.
Dimentichi che anche il nazional socialismo prendeva il via dalle riforme socialiste predicate da Marx e che il nascente comunismo invocava una dittatura del proletariato, certo non una democrazia, l’idea che solo un uomo forte, che racchiudesse in sé tutti i poteri, poteva gestire una nazione in maniera giusta, prendeva sempre più piede, mentre l’idea di democrazia diventava solo una cappella sotto la quale mescolare il tutto, ruberie comprese.
Oggi non è cambiato nulla! Le destre storiche, ringalluzzite dalle recenti mosse politiche di Berlusconi, e dimentiche del loro passato culturale, rivendicando una “onestà politica”, andata a rotoli con “Mafia capitale”, hanno opposto, ad una sinistra imbelle, incapace di concepire un disegno governativo, realmente socialista e innovativo, e barricata dietro i niet del sindacato, un’idea nazionalista, sentita quanto sbagliata, ad un progetto di svendita delle risorse italiche, malamente varata sotto la copertura, insufficiente e ridicola, dell’internazionalismo.
Negli anni ’60 bloccare la produzione delle fabbriche di ricchezza creava panico, e forza contrattuale, non basata sul riconoscimento del diritto, socialmente inteso, della parità di condizioni, ma solo sull’impatto del gesto sul mercato, quindi un atto di forza degno della legge della giungla.
Passato l’argine del XX° secolo, e forti di una tecnologia che manda a casa un numero sempre crescente di manovali, spesso mantenuti al lavoro grazie alle garanzie sindacali, piuttosto che alla indispensabilità produttiva, oggi il blocco delle attività, grazie allo sciopero, è solo un contraccolpo sulle tasche dei lavoratori e un regalo alle aziende.

Passiamo ad una breve sintesi: ad oggi il popolo (almeno in Italia) ha ancora un’idea del potere che è fondamentalmente “monarchica”; questa idea è stata fomentata e mantenuta viva da tutte, o quasi, le correnti politiche giustificandola, chi per un verso chi per l’altro, come indispensabile a mantenere l’ordine in un popolo tendenzialmente incapace di governarsi (e non è vero!) sempre più auto convinto di essere un popolo di ladri, mafiosi e criminali (e non è vero!); questo stato sociale di progressivo imbarbarimento è stato agevolato dal crollo non solo dei valori (definiti retrogradi e fascisti!) ma anche dalla disaffezione alla ricerca e allo studio, fertile terreno di Cultura e di Identità, che l’involgarimento della Scuola, assolutamente non casuale, ha creato.

Risultato? Un popolo privo di fiducia nelle proprie risorse, privo di una guida seria, sia politica che sociale, e non in grado di riconoscere, nei propri rappresentanti, i volgari burattini che sono in realtà, e progressivamente derubato delle proprie radici e identità, sociali e culturali, del proprio orgoglio vilipeso, e delle proprie ricchezze, sia materiali, sia creative. Un popolo che continua a sperare che prima o poi arrivi una classe governante onesta. Un popolo che continua a desiderare di poter lavorare in pace e rispettato.

Da sole le cose non cambiano! Ora se il cambiamento è individuale, si muova l’individuo, se il cambiamento è sociale, si muova la società! Ma la società è fatta di individui, che accettano di essere persone (maschera risuonante), cedendo un po’ della loro indipendenza egoica alla comunità, che pone le sue radici sociali proprio in questo: il riconoscimento e il rispetto reciproco tra diversi, e ogni individuo è diverso da un altro, in quanto unico. Senza questo passo, senza questa scelta, non si va da nessuna parte e la società rimane una realtà inesistente; una comunità virtuale, o, come si diceva una volta, rimane sulla carta! È lettera morta!

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